Il Significato della Storia di Barbablù

INSEGUENDO L’INTRUSO: LA PRIMA INIZIAZIONE – Il Significato della Storia di Barbablù

In un singolo essere umano si trovano molti altri esseri, tutti dotati di loro valori, motivi,
strumenti. Alcune tecnologie psicologiche suggeriscono di fermare questi esseri, contarli, dar loro un nome, tenerli imbrigliati finché non si trascinano come schiavi vinti. Ma farlo significherebbe fermare la danza delle luci selvagge negli occhi di una donna;
arresterebbe il suo luminoso calore e le scintille che scoppiettano. Il nostro lavoro non
consiste nel corromperne la naturale bellezza ma nel costruire per tutti questi esseri una campagna selvaggia in cui le artiste possano creare, chi ama possa amare, le curatrici possano curare.

Ma che ne faremo di quegli esseri interiori che sono del tutto pazzi o di quelli che portano distruzione senza neanche pensarci? Anche a questi deve essere dato un posto, capace peraltro di trattenerli. Un’entità in particolare, la più ingannevole e potente fuggitiva della psiche, richiede la nostra consapevolezza immediata e la capacità di trattenerla: è il predatore naturale.

Se la causa di molte umane sofferenze può attribuirsi a un negligente incoraggiamento,
all’interno della psiche esiste anche un aspetto innato “contra naturam”. La forza “contro natura” si oppone al positivo: è contro lo sviluppo, l’armonia e il selvaggio. E’ un
antagonista derisorio e sanguinario che nasce in noi, e anche con il miglior nutrimento
parentale l’unico compito dell’intruso è il tentativo di trasformare ogni crocevia in strade
senza uscita.

Questo sovrano predatore si mostra di tanto in tanto nei sogni delle donne. Erompe nel
bel mezzo dei piani più ricchi di sentimento e di significato. Separa la donna dalla sua
natura intuitiva. Compiuta l’opera di separazione, lascia la donna indebolita nel
sentimento, con una sensazione di fragilità che pare impedirle di andare avanti; idee e
sogni giacciono ai suoi piedi, inanimati.

“Barbablù” è una storia esemplare. Nell’America Settentrionale, le versioni più note di
“Barbablù” sono quella francese e quella tedesca, ma io preferisco questa antica
versione in cui si mescolano la francese e la slava. Si avvicina molto a quella che mi
raccontò zia Katie, che viveva a Cs¡brak, vicino a Dombovar, in Ungheria. Tra quelle
narratrici di campagna, il racconto di Barbablù comincia con un aneddoto su qualcuno che conosceva qualcuno che conosceva qualcuno che aveva visto la spaventosa prova della morte di Barbablù. E così cominceremo.

 

Il Significato della Storia di Barbablù

 

Una matassina di barba è conservata in un convento di monache lontano sulle montagne. Come sia arrivata al convento nessuno lo sa. Alcuni dicono che furono le monache a seppellire quel che restava del suo corpo, perché nessun altro l’avrebbe toccato. Perché mai le monache conservino una siffatta reliquia, nessuno lo sa, ma è vero. L’amica della mia amica l’ha vista con i suoi occhi. Dice che la barba è blu-indaco, per l’esattezza. É blu come il ghiaccio scuro sul lago, blu come l’ombra in un buco di notte. Questa barba apparteneva un tempo a uno che dicono fosse un mago mancato, un gigante con un debole per le donne, un uomo noto col nome di Barbablù.

Si diceva corteggiasse tre sorelle contemporaneamente. Ma quelle erano spaventate dalla barba dallo strano colore, e cosà si nascondevano quando le chiamava. Nel tentativo di convincerle della sua mitezza, le invitò a una passeggiata nel bosco. Arrivò con cavalli ornati di campanelli e nastri cremisi. Sistemò le sorelle e la loro madre sui cavalli, e al piccolo galoppo si avviarono nel bosco. Fecero una stupenda cavalcata, con i cani che correvano accanto e davanti a loro. Poi si fermarono sotto a un albero gigantesco e Barbablù le intrattenne narrando storie e offrì loro leccornie. Le sorelle cominciarono a pensare: “Insomma, questo Barbablù forse non è poi tanto cattivo”.

Tornarono a casa e non finivano più di parlare di quella giornata cosà interessante, di quanto si erano divertite. Pure, riaffiorarono i sospetti e i timori nelle due sorelle maggiori, ed esse giurarono di non rivedere mai più Barbablù. Ma la più piccola pensò che se un uomo poteva essere tanto affascinante, allora forse non era neanche cosà cattivo. Più rimuginava tra sé, e meno le sembrava terribile, e anche la barba le pareva meno blu. Così quando Barbablù chiese la sua mano, lei accettò. Aveva accolto con orgoglio la proposta di matrimonio, e pensava di sposare un uomo molto elegante. Si sposarono, e poi andarono al suo castello nei boschi.

Un giorno andò da lei e le disse: “Devo andar via per qualche tempo. Invita qui la tua famiglia, se ti fa piacere. Potrete cavalcare nei boschi, ordinare ai cuochi di preparare un banchetto, potrai fare tutto quel che vuoi, tutto quel che il tuo cuore desidera. Ecco il mio mazzo di chiavi. Puoi aprire tutte le porte dei magazzini, le stanze del tesoro, qualunque porta del castello; ma non usare questa piccola chiave con la spirale in cima”. Rispose la sposa: “Sì, farò come dici. Mi sembra bellissimo. Vai dunque, mio caro marito, e non preoccuparti e torna presto”. Cosà lui partì e lei rimase.

Le sorelle andarono a trovarla e, come tutte le donne, erano molto curiose di sapere checosa il Padrone aveva detto di fare durante la sua assenza. Gaiamente la giovane sposa raccontò tutto. “Ha detto che possiamo fare tutto ciò che desideriamo ed entrare in tutte le stanze che vogliamo, tranne una. Ma ignoro quale sia. Ho soltanto una chiave, e non so quale porta apra.” Le sorelle decisero di fare il gioco di trovare quale chiave apriva quale porta. Il castello era di tre piani, con un centinaio di porte in ogni ala, e siccome molte erano le chiavi del mazzo, si divertirono immensamente a passare da una porta all’altra. Dietro a una porta c’erano le dispense, dietro a un’altra i depositi delle monete. In ogni stanza c’erano beni di ogni sorta, e ogni volta sembrava tutto più meraviglioso. Alla fine arrivarono alla cantina.

Si scervellarono sull’ultima chiave, quella con la piccola spirale in cima. “Forse questa chiave non apre proprio nulla.” Mentre cosà dicevano, udirono uno strano suono: “errrrrrrrrr”. Sbirciarono dietro l’angolo, e – guarda guarda! – c’era una porticina che si stava appunto richiudendo. Cercarono di riaprirla, ma era sprangata. Una gridò: “Sorella, sorella, porta la tua chiave. Sicuramente è questa la porta della misteriosa chiavetta”.Senza riflettere neanche un momento una delle sorelle infilò e girò la chiave nella toppa.

La serratura scattò, la porta si spalancò, ma dentro era cosà buio che non potevano vedere nulla. “Sorella, sorella, porta una candela.” Venne cosà accesa una candela e portata nella stanza, e le tre donne lanciarono tutte insieme un urlo perché la stanza era un lago di sangue e ossa annerite di cadaveri erano sparse ovunque, e negli angoli i teschi erano impilati come piramidi di mele. Richiusero velocemente la porta, sfilarono la chiave dalla toppa e si aggrapparono l’una all’altra, respirando affannosamente. Dio mio! Dio mio! La sposa guardò la chiave e vide che era macchiata di sangue. Terrorizzata, usò l’orlo della gonna per ripulirla, ma il sangue restava. “Oh, no!” urlò. Ogni sorella prese la chiavetta in mano e cercò di farla tornare come prima, ma il sangue non se ne andava.

La sposa si nascose in tasca la piccola chiave e corse in cucina. Quando arrivò, il suo abito bianco era macchiato di rosso dalla tasca all’orlo perché la chiave lentamente versava gocce di sangue rosso scuro. Ordinò al cuoco: “Svelto, dammi uno strofinaccio”.Strofinò la chiave, ma non smetteva di sanguinare. Goccia su goccia, puro sangue rosso colava dalla piccola chiave. Portò fuori la chiave, la strofinò con la cenere. La avvicinò al fuoco per cauterizzarla. La ricoprì di ragnatele per arrestare il flusso, ma niente riusciva a fermare il sangue. “Oh, che devo fare?” urlò. “Ecco che cosa farò: la nasconderò.

La metterò nell’armadio e chiuderò la porta. Questo è un brutto sogno. Andrà tutto bene.” E cosà fece. Il marito tornò la mattina dopo ed entrò nel castello chiamando la sua sposa. “Allora?
Com’è andata durante la mia assenza?” “E’ andato tutto bene, sire.”
“E come sono i miei depositi?” tuonò.“Bellissimi, sire.” “E le stanze del tesoro?” ringhiò. “Anche quelle sono bellissime, sire.” “Tutto bene, dunque, moglie?”
“Sì, tutto bene.”
“Bene”, sussurrò, “allora sarà meglio che tu mi restituisca le chiavi.”
Con una rapida occhiata si accorse che mancava una chiave. “Dov’è la chiave più piccola?”
“Io… io l’ho perduta. Stavo cavalcando, il mazzo di chiavi mi è caduto e deve essersi persa in quel frangente.” “Che cosa ne hai fatto, donna?”
“Io… io… non ricordo.” “Non mentirmi! Dimmi che cosa hai fatto di quella chiave!” Le posò una mano sulla guancia come per accarezzarla, ma invece la afferrò per i capelli.
“Infedele!” ringhiò, e la gettò a terra. “Sei stata nella stanza, vero?”

Spalancò l’armadio e la piccola chiave sul ripiano in alto aveva sanguinato sangue rosso sulle belle sete dei suoi abiti appesi là.“Ora tocca a te, mia signora”, urlò, e la trascinò giù nella cantina, finché non arrivarono davanti alla terribile porta. Barbablù guardò la porta con gli occhi di fuoco e subito per lui la porta si aprì. Là giacevano gli scheletri di tutte le sue mogli precedenti. “Eccoci!” ruggiva, ma lei si era aggrappata alla porta e non lasciava la presa.

Implorò per la sua vita: “Ti prego, consentimi di raccogliermi per prepararmi alla morte. Concedimi soltanto un quarto d’ora prima di togliermi la vita, per trovarmi in pace con Dio”. “Va bene”, urlò. “Avrai un quarto d’ora soltanto, e fatti trovare pronta.” La sposa salì di corsa le scale per raggiungere la sua camera e per mandare le sorelle sui bastioni del castello. S’inginocchiò per pregare, ma invece interrogava le sorelle. “Sorelle, sorelle! Vedete arrivare i nostri fratelli?” “Non vediamo nulla, nulla sulle pianure aperte.” A ogni istante ripeteva: “Sorelle, sorelle! Vedete arrivare i nostri fratelli?” “Vediamo un turbine, in lontananza forse un polverone.” I

ntanto Barbablù chiamò a gran voce la moglie perché scendesse in cantina, dove l’avrebbe decapitata. Di nuovo interrogò: “Sorelle, sorelle! Vedete arrivare i nostri fratelli?” Di nuovo Barbablù chiamò a gran voce la moglie e prese a risalire i gradini di pietra. Urlarono le sorelle: “Sì, li vediamo! I nostri fratelli sono arrivati e sono appena entrati nel castello”.

Barbablù si lanciò verso la camera della moglie: “Sto venendo a prenderti!” urlava. Pesanti erano i suoi passi; le pietre del vestibolo si aprirono, la sabbia della calcina cadde sul pavimento. Mentre Barbablù avanzava pesantemente nella stanza con le mani tese per afferrarla, i fratelli a cavallo percorsero al galoppo il vestibolo del castello e a cavallo entrarono nella stanza.

Lanciarono Barbablù sul bastione. Con le spade sguainate, avanzarono verso di lui, colpendo e fendendo, tagliando e sferzando, abbattendo Barbablù a terra, uccidendolo infine e lasciando alle poiane il suo sangue e le cartilagini.

- Il Predatore Naturale della Psiche.

Barbablù è l’uomo nero che vive nella psiche di tutte le donne, si tratta di un predatore innato. Lui è quello che è e la sua natura è quella di contrastare la parte selvaggia della donna.

Dobbiamo riconoscerlo, proteggerci dalle sue devastazioni e infine privarlo della sua energia sanguinaria. In che modo?
É necessario che le donne restino in possesso di introspezione, intuito, resistenza, amore tenace, sensibilità acuta, lungimiranza, udito sottile, capacità di cantare sui morti, curare in modo intuitivo, tendere ai propri fuochi creativi.
Tutte le creature devono sapere che esistono i predatori. Senza questa conoscenza, la donna sarà incapace di negoziare tranquillamente senza essere divorata.
Come un battitore sagace, Barbablù sente che la sorella minore è interessata a lui, cioè desiderosa di farsi preda. La chiede in moglie e in un momento di giovanile esuberanza, che è spesso un miscuglio di follia, piacere, felicità e intrigo sessuale, lei accetta. Quale donna non riconosce la scena?

 

- Donne Ingenue come Prede.

La sorella minore interpreta perfettamente il ruolo della donna ingenua e sarà catturata dal suo stesso cacciatore interiore. Nella storia mostra una totale inconsapevolezza dei propri processi mentali e si lascia sedurre dai piaceri dell’IO. Tutti gli esseri umani vogliono raggiungere il paradiso subito, ma questo intenso desiderio in una creatura così ingenua fa di lei il perfetto cibo per il predatore da cui temporaneamente sarà catturata per poi uscirne più saggia, più forte, e capace di riconoscere il predatore scaltro della sua psiche.

Le storie arricchiscono tanto perché offrono mappe iniziatiche che consentono di completare anche un lavoro che aveva trovato degli intoppi. Della storia di Barbablù possono far uso tutte le donne, che siano giovanissime e stiano appena cominciando ad apprendere qualcosa sul predatore, o che siano state da lui cacciate e vessate per decenni, e si stiano alfine preparando per una battaglia finale e decisiva.

La sorella giovanissima rappresenta un potenziale creativo ed esuberante della psiche.
Ma c’è una deviazione perché accetta di diventare il trofeo di un uomo cattivo. La storia di Barbablù parla al risveglio e all’educazione di questa cellula psichica. La sua natura selvaggia sa che l’uomo dalla barba blu è letale, tuttavia la psiche ingenua non ammette questa intima conoscenza.
L’errore di giudizio è quasi normale per una donna tanto giovane che non ha ancora sviluppato i sistemi d’allarme. C’è un modo per uscirne, ma bisogna avere una chiave.

- La Chiave della Conoscenza: L’Importanza di Fiutare.

La piccola chiave è l’accesso al segreto che tutte le donne sanno e che pure non sanno, è sia il permesso che l’approvazione di conoscere i più profondi e oscuri segreti della psiche. Barbablù le dice: “Fa’ tutto quello che vuoi” ma le proibisce di usare quella chiave che la porterebbe alla consapevolezza. Decidendo di aprire la porta dell’orrenda stanza segreta, sceglie la vita.

Nel racconto le sorelle che vanno a trovarla “erano, come tutte le anime sono, molto curiose”. La moglie dice loro allegramente: “Possiamo fare qualsiasi cosa, tranne una”. Quando le ragazze più grandi decidono di giocare a trovare la porta che quella chiave apre, hanno di nuovo il giusto impulso verso la consapevolezza.

In passato alla curiosità delle donne veniva data una connotazione negativa, mentre gli uomini venivano definiti investigativi. In realtà il banalizzare la curiosità femminile, nega l’introspezione e le intuizioni della donna. Nega tutti i suoi sensi.
É importante trovare la porticina, è importante disobbedire all’ordine del predatore, è importante scoprire che cos’ha di speciale quella stanza.

La chiave del racconto non è altro che la giusta domanda per abbattere la barriera psichica che tiene una donna separata dalla sua natura istintuale.
“Dove pensi che sia quella porta, che cosa può esserci al di là?”
Che in altre parole significa: “Che cosa c’è al di là del visibile? Che cosa fa sì che quell’ombra appaia sul muro?”

La giovane natura ingenua comincia a comprendere che se c’è un qualcosa di segreto: un’ombra, o altro che è proibito, bisogna guardarci dentro.
Coloro che sviluppano la consapevolezza cercano tutto quanto sta al di là dell’immediatamente visibile, inseguono questi misteri finché non vedono chiaramente la sostanza della questione.
Come vedremo, la capacità di sopportare quel che si vede è la visione vitale che induce la donna a tornare alla sua natura profonda, per esservi sostenuta in tutti i pensieri, i sentimenti e le azioni.

- Lo Sposo-Bestia.

Una donna può cercare di nascondersi le devastazioni della sua esistenza, ma l’emorragia continuerà finché non riconoscerà il predatore per quello che è e non lo controllerà. Quando le donne aprono la porta della loro esistenza ed esaminano la carneficina in quei luoghi fuori mano, scoprono di aver permesso l’assassinio dei loro sogni, dei loro obiettivi delle loro speranze più importanti. Trovano pensieri, sentimenti e desideri un tempo erano leggiadri e promettenti, ora privi di vita.

La presenza di questo fattore nella psiche spiega come mai le donne che dicono di desiderare una relazione fanno al contrario di tutto per sabotare il rapporto amoroso.
Ecco perché le donne che fissano luogo e tempo di un obiettivo neanche iniziano il viaggio, oppure si fermano alla prima difficoltà.
Ecco il perché delle procrastinazioni che fanno nascere l’odio di sé, i sentimenti di vergogna che vengono allontanati e lasciati là a suppurare, il perché di tutti i nuovi inizi cosà dolorosamente necessari e del finale ritardato, e mai compiuto.

Dove il predatore si appiatta e lavora, là tutto deraglia, tutto è demolito e decapitato.
É ora venuto il momento di fare un altro passo avanti ancor più difficile: bisogna essere capaci di sopportare quel che si vede, tutta quella distruzione di sé e quel torpore.

- L’Odore del Sangue.

Nel racconto le sorelle richiudono violentemente la porta della stanza mortale. La giovane moglie guarda il sangue sulla chiave. Si leva un pianto dentro di lei: “Devo pulire questo sangue, altrimenti lui saprà!”
Ora, il sangue rappresenta la decimazione degli aspetti più profondi e legati all’anima della vita creativa. In questo stato la donna perde l’energia per creare, sembra appiattita, forse ricca di idee, ma profondamente anemica e sempre più incapace di agirle.  É sangue che viene dall’anima. che sporca la chiave e gli abiti che indossa.

Nella psicologia archetipa, l’abito personifica la presenza esterna. E’ una maschera che l’individuo mostra al mondo e che nasconde molto, tanto da permettere a uomini e donne presentare una facciata quasi perfetta.
Quando la chiave trasudante – la domanda urlante – macchia i nostri personaggi, non possiamo più nascondere i nostri travagli.
Possiamo dire quel che vogliamo, presentare la facciata più sorridente, ma dopo aver visto la terribile verità della stanza della morte non possiamo più far finta che non esista. E la vista della verità ci fa sanguinare ancor più energia. E’ doloroso.
Dobbiamo cercare di correggere immediatamente questo stato tremendo.

In questa favola anche la chiave fa da contenitore: contiene la memoria di quanto si è visto e si sa. Per le donne la chiave simboleggia sempre l’entrata nel mistero o nella conoscenza.
Nelle favole la chiave è spesso rappresentata da parole come “Apriti Sesamo!” “Bibidi-bobidi-bù” ecc…
Paradossalmente, siccome la sua vecchia vita sta morendo e neanche i migliori rimedi potranno nascondere questo fatto, diventa conscia della sua perdita di sangue pertanto comincia a vivere.

Una donna con la quale ho lavorato, intelligente e dotata, mi parlò della nonna che viveva nel Midwest. Per quest’ultima sarebbe stato un divertimento davvero eccezionale quello di prendere il treno per Chicago e, con in capo un grande cappello, passeggiare per Michigan Avenue guardando le vetrine da signora veramente elegante.
Per amore o per forza, o perché era destino, sposò un fattore. Andarono a vivere tra immensi campi di grano e lei prese a marcire in quell’elegante piccola fattoria che era proprio delle dimensioni giuste, con i bambini giusti e con il marito giusto. Non aveva più tempo per la vita “frivola” che aveva condotto…

Un giorno, anni dopo, dopo aver lavato a mano il pavimento della cucina e del soggiorno, s’infilò la sua camicia di seta più bella, si abbottonò la lunga gonna, si appuntò il grande cappello, si posò il fucile del marito sul palato e premette il grilletto.
Non c’è donna che non sappia perché prima lavò i pavimenti.

Un’anima affamata può diventare cosà colma di dolore da non riuscire a sopportarlo.
Poiché le donne sentono nell’anima il bisogno di esprimersi nei loro modi pieni di anima devono svilupparsi e fiorire in modi che sono per loro sensati, e senza essere molestate. In questo senso, si potrebbe anche dire che la chiave col sangue rappresenta per la donna la stirpe che l’ha preceduta.

Chi di noi non conosce almeno una persona amata che perse gli istinti a fare scelte giuste per se stessa, e fu pertanto costretta a vivere una vita marginale, o peggio? Forse tu stessa sei quella donna. Una delle questioni meno discusse dell’individuazione è che quando si accende una grande luce nell’oscurità della psiche, le ombre, là dove la luce non arriva, diventano ancora più scure. Pertanto, quando illuminiamo una qualche parte della psiche, altrove si addensa una più profonda oscurità. E non si può lasciarla perdere.

La chiave, le domande, non possono essere nascoste o dimenticate. Le domande vanno poste, e devono ricevere una risposta. Il lavoro più profondo è di solito il più buio.
Una donna coraggiosa, che sta diventando saggia, svilupperà il territorio psichico più povero, perché se costruisce soltanto sul terreno migliore della sua psiche, avrà come panorama l’aspetto più misero di sé.

Non abbiate dunque paura di indagare il peggio. Soltanto cosi è garantito un aumento del potere dell’anima. In questa sorta di sviluppo territoriale psichico brilla la Donna Selvaggia. Non teme l’oscurità più oscura, in realtà anche al buio vede. Non teme gli avanzi, gli scarti, la rovina, il fetore, il sangue, le ossa fredde, le ragazze morenti o i mariti assassini. Può vedere, sopportare, aiutare. E proprio questo sta imparando la sorella più giovane della storia di Barbablù.

Gli scheletri nella stanza rappresentano la forza indistruttibile del femminino.
La giovane e le sue sorelle sono capaci di spezzare il vecchio modello di ignoranza e di contemplare un orrore senza volgere altrove lo sguardo Barbablù uccide e demolisce una donna finche non ne restano che le ossa. Per porre rimedio a questo, noi dobbiamo osservare la cosa mortale che si è impadronita di noi, vedere il risultato del suo lavoro, registrarlo consciamente e poi agire. Trovare i corpi, seguire gli istinti, vedere e smantellare l’energia distruttiva.

Ora che lo vede, ora che registra quanto è catturata e quanto la sua vita psichica è in gioco, ecco che può fare qualcosa di ancor più efficace.

- Nascondersi e spiare.

Per sfuggire a un predatore, l’anima si nasconde sotto terra, e ogni tanto fa capolino per vedere se si allontana. E’ questa la manovra psichica che effettua la moglie di Barbablù per ristabilire la sua sovranità sulla propria vita. L’analisi, l’interpretazione dei sogni, la conoscenza di sé, l’esplorazione sono mezzi per nascondersi e spiare.

Sono modi per affondare e riemergere dietro alla questione, e vederla da una prospettiva diversa. Senza la capacità di vedere veramente, quel che si è appreso sull’io o sull’Io numinoso scivola via. In “Barbablù”, la psiche tenta ora di non farsi uccidere. Non più ingenua, è diventata astuta; chiede tempo per ricomporsi – che significa per rafforzarsi prima della battaglia finale. Nella realtà esterna, troviamo donne che preparano la fuga, da un vecchio modo distruttivo di vivere, da un amante, da un lavoro.

Si attardano, aspettano l’occasione migliore, elaborano una strategia, raccolgono tutto il loro potere all’interno, prima di operare il cambiamento esterno. Talvolta basta l’immensa minaccia del predatore a indurre una donna a cambiare: la piccola cara arrendevole si trasformerà in colei che ha l’occhio nascosto di chi vigila. Quando una donna comprende di essere stata preda, sia nel mondo interno sia in quello esterno, non riesce a sopportarlo. Frattanto il suo complesso predatorio è in collera perché ha spalancato la porta proibita, e si affanna nel tentativo di bloccare tutte le vie di fuga.

Quando aspetti contrastanti della psiche raggiungono entrambi il punto di infiammabilità, una donna può sentirsi incredibilmente stanca, perché la sua libido è attratta in due opposte direzioni. Ma anche se è mortalmente affaticata dalle sue tristi lotte, anche se è affamata d’anima, deve progettare la fuga; deve costringersi comunque ad andare avanti. In questo tempo critico, è come passare un giorno e una notte al gelo. Per sopravvivere non dobbiamo cedere alla stanchezza. Addormentarsi vuol dire sicuramente morire. Questa è l’iniziazione più profonda, è il momento in cui uno sforzo quasi sovrumano riesce a portare la psiche stanca al lavoro finale. Le domande chiave continuano a essere di aiuto.

Ci sono momenti in cui rabbrividire e correre, e ci sono momenti in cui non bisogna farlo. A questo punto la donna non deve tremare, non deve umiliarsi. La preghiera che la giovane sposa rivolge a Barbablù, di concederle il tempo per ricomporsi, non è il segnale della sottomissione al predatore. E’ un modo intelligente per raccogliere le energie nei muscoli. Come talune creature della foresta, si prepara a sferrare il colpo contro il predatore. Si nasconde sotto terra per sfuggirgli, e poi inaspettatamente riemerge alle sue spalle.

- L’Urlo.

Quando Barbablù chiama a gran voce la moglie e lei prende tempo, cerca di scatenare l’energia che le consentirà di sopraffare il carceriere e in quel momento convoca i suoi fratelli psichici. Che cosa rappresentano nella psiche femminile? Sono i propulsori più muscolosi e più naturalmente aggressivi della psiche.

Sono nella donna la forza che può agire quando è tempo di uccidere. L’urlo della donna percorre una lunga distanza intrapsichica fino al luogo in cui i fratelli vivono, dove vivono quegli aspetti della psiche addestrati a lottare anche fino all’ultimo sangue, se necessario. Ma inizialmente gli aspetti difensori della psiche non sono subito vicini alla consapevolezza come dovrebbero. La donna deve esercitarsi a richiamare la sua natura combattiva. il suo vortice di vento.

Il simbolo del vortice è una forza fondamentale della determinazione che, quando focalizzata invece che dispersa, dà alla donna un’energia tremenda. Così non perderà la consapevolezza. Una volta per tutte risolverà la distruzione interna, la perdita di libido, la perdita della passione per la vita. Mentre le domande-chiave offrono l’apertura necessaria per la liberazione, senza gli occhi delle sorelle, senza i muscoli dei fratelli armati di spada, non riuscirebbe appieno. Barbablù chiama urlando la moglie e comincia a salire i gradini di pietra.

La moglie urla alle sorelle: “E ora, li vedete forse?” E le sorelle rispondono: “Sì! Ora li vediamo, sono quasi qui”. I fratelli arrivano al galoppo nell’ingresso. Si spingono nella sua stanza e bloccano Barbablù sul parapetto, dove con le spade lo uccidono, lasciando i suoi resti ai mangiatori di carogne. Quando le donne riaffiorano dall’ingenuità, portano con sé, e per sé qualcosa di inesplorato. In questo caso la donna ora più saggia porta in suo aiuto un’energia maschile interiore.

Nella psicologia junghiana, questo elemento è stato chiamato “animus”; un elemento in parte mortale, in parte istintuale e in parte culturale della psiche femminile che si mostra nelle favole e nei sogni come figlio, marito, straniero, e/o amante, anche minaccioso, a seconda delle circostanze psichiche del momento. Questa figura psichica è di grande valore perché è investita delle qualità che tradizionalmente le donne sono tenute a dissipare: una delle più comuni è l’aggressività.

Quando questa natura del sesso opposto è in buona salute, come simboleggiato nei fratelli, ama la donna in cui alberga, e’ l’energia intrapsichica che la aiuta a compiere tutto quel che lei chiede. La aiuterà e l’assisterà nel suo tentativo di raggiungere la consapevolezza. Per molte donne fa da ponte tra i mondi del pensiero e dei sentimenti intimi e il mondo esterno.

Più l’”animus” è forte e vasto (immaginatelo come un ponte) e maggiori saranno la capacità, l’agio e lo stile con cui la donna manifesterà le sue idee e il suo lavoro creativo nel mondo esterno in modo concreto. La donna dall’”animus” scarsamente sviluppato ha un sacco di idee e di pensieri ma è incapace di manifestarli nel mondo esterno. Si arresta sempre prima dell’organizzazione o della realizzazione delle sue meravigliose immagini. I fratelli rappresentano la benedizione della forza e dell’azione.

Alla fine, con loro accadono due cose: la grande e disabilitante capacità del predatore è neutralizzata nella psiche della donna, e la fanciulla dagli occhi socchiusi è sostituita da una con gli occhi ben aperti, affiancata da due guerrieri pronti a intervenire a un suo cenno.

- I Mangiatori di Peccati.

Nella mitologia norvegese i mangiatori di peccati sono mangiatori di carogne che divorano i morti, li tengono nel ventre e li portano all’Inferno, alla dea della vita e della morte Hel, lei mostra ai morti come tornare a vivere. Da quel luogo diventano sempre più giovani, finché sono pronti a rinascere e sono riportati in vita.

Questo è un processo fondamentale di individuazione trasformazione per gli esseri fondamentali della psiche. Barbablù se fosse una persona sarebbe da rinchiudere in un istituto di cura con alberi e qualcosa di gentile da vedere e da fare come la musica o la pittura. Non pretendo di sapere come il tutto avviene, ma secondo il modello archetipo dovrebbe accadere qualcosa del genere: invece di insultare il predatore della psiche, o di sfuggirgli, lo smembriamo. Lo facciamo evitando di fare pensieri divisivi sulla nostra vita-anima e sul nostro valore in particolare.

Catturiamo i pensieri irritanti prima che diventino abbastanza grandi da nuocere, e li smantelliamo. Smantelliamo il predatore con le verità che ci alimentano: lui dice : “Non finisci mai quello che cominci”. Tu: “Finisco molte cose”. Smantelliamo il predatore conservando le intuizioni e gli istinti e resistendo alle sue seduzioni. Se dovessimo elencare tutte le perdite subite fino a questo momento della nostra vita, rammentando i tempi in cui eravamo deluse e impotenti capiremmo che sono luoghi vulnerabili della nostra psiche.

É a queste parti desideranti e deprivate che il predatore fa appello per rafforzarsi.  Nel finale della storia le ossa e le cartilagini di Barbablù sono lasciate alla mercé delle poiane. E’ una bella visione della trasformazione del predatore, da qui noi siamo creatori: la sostanza grezza diventa il materiale della nostra creazione. Quando vincono il predatore, prendendogli quanto è utile e lasciando il resto, le donne si scoprono colme di intensità, di vitalità e di energia. Hanno ripreso al predatore quanto era stato loro rubato: il vigore e la sostanza.

Riprendere l’energia al predatore trasformarla in altro si può intendere in questi modi: la rabbia del predatore può essere trasformata in un fuoco dell’anima per compiere una grande opera nel mondo. L’astuzia del predatore può essere usata per ispezionare e comprendere le cose a una certa distanza, la sua natura sanguinaria può essere usata per uccidere quanto è bene che muoia nell’esistenza di una donna, o ciò a cui lei deve morire nella vita esteriore, e si tratta allora di cose diverse in momenti diversi.

Riappropriarsi delle parti di Barbablù è come prendere le giuste medicine per guarire, allora, come un essere selvaggio che va annusando, la donna è libera di trovare le risposte giuste alle sue domande più profonde e oscure. E’ libera di strappare i poteri alla cosa che l’ha assalita e di trasformare questi poteri un tempo usati contro di lei per impieghi tutti suoi, adatti ed eccellenti. E’ una Donna Selvaggia.

- L’Uomo Nero nei sogni delle donne.

Il predatore naturale della psiche si trova anche nei sogni. Tra le donne c’è un sogno iniziatico universale, tanto comune che è fatto degno di nota sé, avendo raggiunto i venticinque anni, una donna non l’ha ancora sognato. Dopo questo sogno le donne si risvegliano di colpo, in grande ansia. Questo è l’andamento del sogno. Colei che sogna è da sola, spesso in casa sua.

Fuori nell’oscurità c’è un vagabondo, o più di uno. Spaventata, chiama la polizia. D’improvviso si rende conto che il vagabondo è in casa con lei… vicino a lei… forse la sfiora… e non può telefonare . All’istante si sveglia, respirando a fatica e col cuore che batte all’impazzata. Il sogno dell’uomo nel buio presenta un aspetto fortemente fisico, è spesso accompagnato da sudori, lotte, respiro affannoso, battiti di cuore, e talvolta da grida e gemiti di paura. Potremmo dire che il fattore del sogno rinuncia ai messaggi misteriosi e invia immagini che scuotono il sistema nervoso neurologico e autonomo, comunicando così l’urgenza della questione.

L’antagonista o i vari antagonisti, in questo sogno sono di solito “terroristi, violentatori, strangolatori, nazisti dei campi di concentramento, assassini, criminali, uomini cattivi, ladri”. Esistono vari livelli di interpretazione di questo sogno, a seconda delle circostanze esistenziali e dei drammi interiori di chi sogna. Spesso questo sogno indica che la consapevolezza della donna, nel caso per esempio di una donna giovanissima, sta appena cominciando a rendersi conto del predatore psichico innato. In altri casi, il sogno è messaggero: la donna che sogna ha appena scoperto, o sta per scoprire e per cominciare a liberare una funzione dimenticata e prigioniera della psiche. In altri casi ancora il sogno riguarda una situazione sempre più intollerabile nella cultura che sta al di fuori della vita personale di chi sogna, in cui deve lottare o fuggire.

Parla di un atteggiamento crudele verso di lei personificato dall’assassino. Se la donna può afferrare consciamente la domanda “chiave” sulla questione e rispondere ma un sogno si questo tipo afferma anche che l’esistenza ha bisogno di un cambiamento, ed è un campanello d’allarme, dice di stare attenti a qualcosa che è andato fuori posto nel mondo esterno, o nella vita personale, o nella cultura collettiva. Quando il mondo esterno si intromette nella vita-anima di base di uno o più individui, i sogni dell’uomo nero arrivano a valanga.

Se spesso la psicologia sottolinea le cause famigliari dell’angoscia, la componente culturale ha altrettanto peso, perché la cultura è la famiglia della famiglia. Se quest’ultima soffre di varie malattie, allora tutte le famiglie in quella cultura dovranno lottare con i medesimi malesseri. Si suol dire che la cultura cura. E’ di fondamentale importanza ricordare che quando liberiamo l’energia selvaggia per controbilanciare il predatore, indovinate chi immediatamente spunta? La Donna Selvaggia, pronta a superare tutti gli steccati, i muri, le ostruzioni eretti dal predatore. Non è un’icona da appendere al muro.

É un essere vivo che ci raggiunge ovunque, in qualunque condizione. Lei e il predatore si conoscono da molto tempo. La Donna Selvaggia insegna alle donne a non essere “carina” quando si tratta di proteggere la vita dell’anima perché farebbe soltanto sorridere il predatore. Quando la vita dell’anima è minacciata, è indispensabile tirare una riga.

Quando una donna lo fa, nella sua vita non si può più interferire troppo a lungo perché lei percepirà immediatamente che cosa è sbagliato, e respingerà il predatore al suo posto. Non è più ingenua. Non è più un bersaglio o un obiettivo. Ed è questa la medicina che fa sì che la chiave alla fine smetta di sanguinare.

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Vassilissa – una Fiaba dell’Est

Vassilissa

Vassilissa - una Fiaba dell'Est

C’era una volta, e una volta non c’era, una giovane madre che giaceva sul letto di morte, il volto bianco come le rose di cera della sacrestia della chiesa accanto. La figlioletta e il marito sedevano in fondo al letto di legno e pregavano Dio affinché la guidasse nell’aldilà.

La madre morente chiamò a sé Vassilissa e la piccola dagli stivaletti rossi e il grembiulino bianco s’inginocchiò accanto alla mamma. “Ecco, questa bambola è per te, tesoro mio”, sussurrò la mamma, e da sotto le coperte tirò fuori una bambolina che come Vassilissa indossava stivaletti rossi, grembiulino bianco, gonna nera e corsetto ricamato di tanti colori. “Sono le mie ultime parole, bambina mia”, disse la mamma. “Se ti perderai o avrai bisogno di aiuto, domanda a questa bambola che fare, e sarai assistita. Tieni la bambola sempre con te.

Non parlarne a nessuno, e nutrila quando ha fame. Questa è la promessa di mia madre e la mia benedizione.” E il respiro le ricadde nelle profondità del corpo, dove raccolse l’anima e sfuggì dalle labbra: la mamma era morta. La bambina e suo padre a lungo piansero e si disperarono. Ma poi, come il campo crudelmente sconvolto dalla guerra, la vita del padre rinverdì, e sposò una vedova che aveva due figlie.

Sebbene la matrigna e le sue figlie avessero modi educati e sorridessero sempre come vere signore, dietro ai loro sorrisi c’era qualcosa del roditore che il padre di Vassilissa non notava. Certo, quando le tre donne erano da sole con Vassilissa la tormentavano, la costringevano a servirle, la mandavano a tagliare la legna affinché la sua bella pelle si sciupasse.

La odiavano perché c’era in lei una dolcezza ultraterrena. Era anche molto bella, e il suo seno era fiorente, mentre il loro era inconsistente. Si rendeva utile senza mai un lamento, mentre la matrigna e le sorellastre erano come topi che di notte rovistano tra i rifiuti.

Un giorno la matrigna e le sorellastre non la sopportarono più. “Facciamo in modo… che il fuoco si estingua, e poi mandiamo Vassilissa nella foresta dalla Baba Jaga, la strega, a chiedere il fuoco per la terra. E quando sarà da Baba Jaga, la vecchia la ucciderà e se la mangerà.” Squittirono come esseri che vivono nell’oscurità. Così quella sera, quando Vassilissa tornò dopo aver raccolto la legna, la casa era tutta al buio.

Preoccupata, domandò alla matrigna: “Che cos’è successo? Come faremo a cucinare? Come faremo a rischiarare le tenebre?” Disse la matrigna: “Stupida ragazza! Ovviamente non abbiamo fuoco. E io non posso andare nei boschi perché sono vecchia. Le mie figlie non possono perché hanno paura. Quindi sei l’unica a poter andare a cercare la Baba Jaga a chiederle un carbone per riaccendere il fuoco”.

Innocentemente Vassilissa replicò: “Benissimo, lo farò”, e subito si avviò. Nel bosco l’oscurità si faceva sempre più fitta, e i ramoscelli che le scricchiolavano sotto ai piedi la riempivano di paura. Infilò la mano nella profonda tasca del grembiule, dove nascondeva la bambola che la mamma morente le aveva dato. Accarezzò la bambola e disse: “Solo a toccarla, già mi sento meglio”. E a ogni biforcazione, Vassilissa infilava la mano nella tasca e consultava la bambola. “Devo andare a sinistra o a destra?” La bambola indicava “Sì”, “No”, o “Da questa parte”, o “Da quella parte”. E diede alla bambola un po’ del suo pane mentre camminava e seguì quanto sentiva provenire dalla bambola.

Improvvisamente un uomo vestito di bianco su un cavallo bianco passò al galoppo, e si fece più chiaro. Poi passò un uomo vestito di rosso su un cavallo rosso, e sorse il sole. Cammina cammina, Vassilissa arrivò alla tana della Baba Jaga, e proprio in quel momento un cavaliere vestito di nero arrivò al trotto su un cavallo nero, e penetrò nella baracca della Baba Jaga.

Subito si fece notte. Lo steccato di ossa e teschi attorno alla baracca prese ad ardere di un fuoco interno, e la radura nella foresta fu dunque illuminata da una luce fantastica. La Baba Jaga era una creatura veramente spaventosa. Viaggiava non su un carro o in una carrozza ma in un mortaio che si spostava da solo. Guidava questo veicolo con un remo a forma di pestello, e intanto cancellava le tracce alle sue spalle con una scopa fatta con i capelli di persone morte da gran tempo. E il mortaio volava nel cielo con i capelli grassi di Baba Jaga che svolazzavano dietro. Il lungo mento era ricurvo verso l’alto e il lungo naso verso il basso, cosà si incontravano al centro.

Aveva una barbetta a punta tutta bianca e verruche sulla pelle per il suo commercio con i rospi. Le unghie nere erano spesse e ricurve e tanto lunghe che non poteva chiudere la mano a pugno. Ancora più strana era la casa della Baba Jaga. Posava su un mucchio di zampe gialle di gallina, e camminava da sola e talvolta volteggiava come una ballerina in estasi. Le maniglie delle porte e delle finestre erano fatte con dita umane di mani e di piedi e il chiavistello della porta d’ingresso era un grugno dai denti appuntiti.

Vassilissa consultò la bambola: “E’ questa la casa che cerchiamo?” e la bambola rispose a modo suo: “Sì, questa è la casa che cerchi”. E d’improvviso la Baba Jaga nel suo mortaio calò su Vassilissa urlandole: “Che cosa vuoi?” La fanciulla tremava. “Nonna, sono venuta per il fuoco. La mia casa è fredda… i miei moriranno… ho bisogno di fuoco.” E la Baba Jaga di rimando: “Oh, sàiiiii, ti conosco, e conosco i tuoi. Dunque, essere inutile… hai lasciato spegnere il fuoco. Non è una bella cosa da farsi. E per giunta, che cosa ti fa pensare che ti darò la fiamma?” Vassilissa consultò la bambola e si affrettò a rispondere: “Perché chiedo”.

La Baba Jaga disse soddisfatta: “Sei fortunata. E’ la risposta giusta”. E Vassilissa si sentì fortunatissima per aver dato la risposta giusta. Baba Jaga la minacciò: “Non potrò darti il fuoco finché non avrai fatto del lavoro per me. Se adempirai a questi compiti per me, avrai il fuoco. Se no…” E Vassilissa vide gli occhi della Baba Jaga trasformarsi improvvisamente in braci ardenti. “Se no, cara bambina, morirai.” La Baba Jaga entrò rumorosamente nella catapecchia e si sdraiò sul letto e ordinò a Vassilissa di portarle quel che stava cuocendo nel forno.

Nel forno c’era cibo sufficiente per dieci persone, e la Baba Jaga lo mangiò tutto, lasciando una piccola crosta e un cucchiaio di minestra per Vassilissa. “Lavami i vestiti, scopa il cortile e la casa, preparami da mangiare, e separa il grano buono da quello cattivo e vedi che tutto sia in ordine. Tornerò a controllare quel che hai fatto più tardi. Se non avrai finito, sarai tu il mio banchetto.” E la Baba Jaga volò via sul mortaio, con il naso come timoniere e i capelli come vela. E cadde di nuovo la notte. Non appena la Baba Jaga se ne fu andata, Vassilissa si rivolse alla bambola: “Che devo fare? Riuscirò a fare tutto in tempo?” La bambola la rassicurò che ci sarebbe riuscita, le disse di mangiare qualcosa e di andare a dormire.

Vassilissa rifocillò anche la bambola, e si addormentò. Al mattino, la bambola aveva fatto tutto, e non restava che da preparare il pasto. La sera la Baba Jaga tornò e trovò che non era rimasto nulla da fare. In parte contenta, e in parte no, perché non trovava niente da ridire, la Baba Jaga sibilò: “Sei una ragazza molto fortunata”. Chiamò poi i suoi fedeli servitori perché macinassero il frumento, e tre paia di mani comparvero a mezz’aria e cominciarono a raschiare e pestare il frumento.

La pula volava per casa come una neve dorata. Quando fu tutto finito, la Baba Jaga si sedette a mangiare. Mangiò per ore e ordinò a Vassilissa di pulire di nuovo tutta la casa, di scopare il cortile e lavarle i vestiti. La Baba Jaga indicò un gran mucchio di sporcizia in cortile. “In quel mucchio di sporcizia ci sono molti semi di papavero, milioni di semi. E per domattina voglio una pila di semi di papavero e una pila di sporcizia, ben separati. Hai capito bene?” Vassilissa si sentì quasi svenire. “Oh, come potrò fare?” Infilò la mano in tasca e la bambola sussurrò: “Non preoccuparti, ci penserò io”.

Quella notte, la Baba Jaga dormì come un ghiro, e Vassilissa cercò… di raccogliere… i semi di papavero… tra la sporcizia. Dopo un po’ la bambola le disse: “Ora dormi. Andrà tutto bene”. Di nuovo la bambola si occupò di tutto, e quando la vecchia tornò a casa era stato tutto fatto. Con tono sarcastico la Baba Jaga osservò: “Bene, bene. Fortuna per te che sei riuscita a fare queste cose”. Chiamò i suoi fedeli servitori affinché spremessero l’olio dai semi di papavero, e di nuovo apparvero tre paia di mani, ed eseguirono l’ordine. Mentre la Baba Jaga si insudiciava le labbra con il grasso dello stufato, Vassilissa le stava accanto. “Allora, che cos’hai da guardare?” grugnì. “Posso farti qualche domanda, nonna?” “Domanda pure”, ordinò la Baba Jaga, “ma ricordati che troppo saprai, presto invecchierai.”

Vassilissa chiese dell’uomo vestito di bianco sul cavallo bianco. “Ah”, rispose la Baba Jaga intenerita, “quello è il mio Giorno.”

“E l’uomo in rosso sul cavallo rosso?” “Oh, quello è il mio Sole Nascente.”

“E l’uomo nero sul cavallo nero?” “Ah, sì, quello è il terzo, ed è la mia Notte.”

“Capisco”, disse Vassilissa. “Vieni, vieni qui. Vuoi farmi forse altre domande?” le disse con tono suadente. Vassilissa stava per chiederle di quelle paia di mani che apparivano e scomparivano, ma la bambola prese a saltarle nella tasca, e allora disse: “No, Nonna. Come tu stessa hai detto, troppo saprai, presto invecchierai”. “Ah”, disse la Baba Jaga rizzando il capo come un uccello. “Sei più saggia dei tuoi anni. E come hai fatto a diventare così?”

“Grazie alla benedizione di mia mamma”, disse sorridendo Vassilissa. “Benedizione?!” urlò la Baba Jaga. “Benedizione?! Non abbiamo bisogno di benedizioni qui attorno! Meglio che tu te ne vada, figliola.” E la spinse fuori. “Ecco qua, ragazzina. Ecco!” E la Baba Jaga prese un teschio dagli occhi ardenti dal recinto e lo infilò su un bastone. “Ecco! Prendi questo teschio sul bastone e portatelo a casa. Ecco il tuo fuoco. Non aggiungere una sola parola. Vattene.”

Vassilissa prese a ringraziare, ma la bambola nella tasca si mise a saltare su e giù, e Vassilissa comprese di dover prendere il fuoco e andare. Corse a casa, seguendo il percorso che la bambola le indicava. Era notte, e Vassilissa attraversò la foresta con il teschio sul bastone, con il fuoco che usciva dall’orecchio, dall’occhio, dal naso e dalla bocca del teschio. D’improvviso provò paura per quella luce fantastica e pensò di gettarlo, ma il teschio le parlò, la invitò a calmarsi e a proseguire per raggiungere la casa della matrigna e delle sorellastre.

Mentre Vassilissa si avvicinava sempre più alla sua casa, la matrigna e le sorellastre guardarono dalla finestra e videro una strana luce danzante nei boschi. Sempre più si avvicinava. Non riuscivano a immaginare di che si trattasse. Erano convinte che la lunga  assenza di Vassilissa significasse che era ormai morta, e le sue ossa ormai disperse. Intanto Vassilissa si avvicinava sempre di più. E quando la matrigna e le sorellastre la riconobbero, le corsero incontro dicendole che erano rimaste senza fuoco dal giorno in cui se n’era andata, e sebbene avessero più volte cercato di accenderlo, non aveva mai attaccato.

Vassilissa entrò in casa con un senso di trionfo, perché era sopravvissuta al periglioso viaggio e aveva riportato il fuoco nella sua casa. Ma il teschio sul bastone osservava ogni mossa delle sorellastre e della matrigna, e il mattino dopo aveva bruciato e ridotto in cenere il malvagio terzetto.

Vassillissa è la storia del passaggio di madre in figlia, da una generazione all’altra, del potere femminile dell’intuito. Tutti gli aspetti della storia appartengono ad un’unica psiche nel suo processo di iniziazione. L’iniziazione è messa in atto dall’esecuzione di alcuni compiti:

1- consentire all’ottima madre di morire.

Accettare che la madre psichica protettiva non sia la guida centrale della propria vita istintuale futura. Assumersi il compito di essere sole, sviluppare la propria consapevolezza del pericolo, dell’intrigo, della politica. Diventare vigili. Lasciar morire quello che deve morire. Al morire della madre, nasce la nuova donna.

Una madre troppo buona ci impedisce di rispondere a nuove sfide e di raggiungere uno sviluppo più profondo. Può avvenire un arresto nel processo iniziatico, ma una ri-iniziazione può ristabilire l’intuito profondo indipendentemente dall’età. L’iniziazione di Vassillissa consiste nel lasciare morire quelle vecchie credenze che rendono la vita troppo sicura, che proteggono troppo.

Viene un tempo in cui bisogna cambiare madri. Spesso udiamo voci dentro di noi che ci incoraggiano a restare al sicuro. Ma se restiamo troppo tempo con la madre troppo buona, diventeremo povere invece che forti. Impariamo ad andare a caccia.

2- abbandonare l’ombra primitiva.

Scoprire che essere dolci, buone, carine, non renderà più lieta la vita. Esperire direttamente la propria natura oscura, gli aspetti esclusivisti, gelosi e sfruttatori dell’io. Stringere il miglior rapporto possibile con le parti peggiori di sé. Lavorare perché il vecchio io muoia e nasca un nuovo io intuitivo.
Gli aspetti oscuri della psiche sono rappresentati dalla matrigna e dalle sorellastre. In questa fase la donna è molestata dalle richieste della psiche che la esorta a compiacere qualsiasi desiderio altrui. La famigli acquisita di Vassillissa è un ganglio intrapsichico che comprime il nervo della vitalità. Neanche il padre della psiche si rende conto dell’ambiente ostile, è troppo buono. Nella storia le donne spremono tanto la forza psichica che per le loro macchinazioni il fuoco si estingue. Il fuoco che si estingue aiuta Vassillissa a sfuggire alla sottomissione, la fa entrare in una vita nuova.

3- la navigazione nell’oscurità.

Avventurarsi nel luogo dell’iniziazione profonda (la foresta) e cominciare ad esperire. Imparare a sviluppare sensibilità e basarsi solo sui propri sensi interiori. Imparare la via del ritorno alla madre selvaggia. Imparare ad alimentare l’intuito. Trasferire il potere alla bambola, ovvero all’intuizione.
La bambola rappresenta la piccola forza istintuale vitale, è un pezzettino d’anima che porta tutta la conoscenza del più grande anima-io, è la voce interiore di noi donne, la voce della ragione intima. L’intuito ha artigli che squartano e inchiodano, ha occhi capaci di vedere oltre le corazze dei personaggi e orecchie per udire oltre le chiacchiere. L’io intuitivo va nutrito dandogli ascolto e seguendo il suo consiglio.

4- affrontare la strega selvaggia.

Familiarizzarsi con l’arcano, lo strano l’alterità del selvaggio. Assumere alcuni suoi valori nella nostra vita, diventando un po’ strane. Imparare ad affrontare il grande potere altrui e il nostro. Lasciar ancor più morire la bambina fragile e troppo amabile.
La casa della Baba Jaga fa parte del mondo animale e Vassillissa ha bisogno di questo elemento nella sua personalità. E’ una casa che cammina, piroetta è viva, piena di entusiasmo e di gioia.

Il dono della bambola intuitiva fatto dalla madre amabile è incompleto senza l’assegnazione dei compiti e il controllo dei medesimi da parte della vecchia selvaggia. La Baba jaga incute paura perché è insieme il potere di annientamento e il potere della forza vitale. Osservare la sua faccia significa vedere la vagina dentata, occhi di sangue, il neonato perfetto e le ali degli angeli, tutto insieme.

5- servire il non-razionale.

Restare con la Dea Strega. Arrivare a riconoscere il suo (il vostro) potere. Ordinare, nutrire, creare energia e idee.
La Baba Jaga insegna sia la morte sia il rinnovamento. Insegna a Vassillissa come prendersi cura della casa psichica del femminino selvaggio. Nel racconto il bucato è il primo compito. Significa ridare elasticità a quanto si è allentato. Il rinnovamento, la rivivificazione avvengono nell’acqua. Gli indumenti rappresentano la persona, la prima visione che gli altri hanno di noi. Oppure il significato esterno, l’esibizione della padronanza.

Vassillissa ha poi il compito di scopare la capanna e il cortile. Una donna saggia tiene sgombro il suo ambiente psichico, mantenendo sgombri la testa e un posto per lavorare, e lavorando per portare a compimento le sue idee e i suoi progetti.
Cucinare per la Baba Jaga. Per cominciare bisogna accendere il fuoco, bruciare di passione, di parole, di idee, di desiderio, per qualunque cosa si ami veramente. Il fuoco va osservato, attizzato, vi va aggiunta legna. Questi sono i cicli delle donne: depurare il proprio pensiero, rinnovare i valori regolarmente; liberare la psiche dalle banalità, ramazzare l’Io; curare il fuoco creativo e cucinarvi idee sistematicamente.

6- selezionare e separare.

Apprendere a discriminare, separando una cosa dall’altra, facendo sottili distinzioni. Osservare il potere dell’inconscio e il modo in cui opera. Apprendere di più sulla vita e sulla morte.
La selezione di cui parla il racconto è del tipo che capita quando ci troviamo davanti ad un dilemma o ad un interrogativo ma niente viene ad aiutarci a risolvere la situazione. Lasciamo perdere, torniamoci sopra in un secondo tempo. Dobbiamo selezionare gli aspetti psichici curativi e spremerne la verità per trarne nutrimento.

7- domande sui misteri.

Porre domande e cercare di saperne di più sulla natura Vita/Morte/Vita. Imparare la verità sulla capacità di comprendere tutti gli elementi della natura selvaggia (troppo saprai, presto invecchierai).

I cavalieri nero, rosso e bianco sono simboli degli antichi colori che connotano la nascita, la vita e la morte. Rappresentano anche antiche idee sulla discesa, la morte e la rinascita. Il nero è il colore del fango, del fertile; ma è anche il colore della morte, l’oscuramento della luce, è la promessa che presto conoscerete qualcosa di ignoto. Il rosso è il colore del sacrificio, della collera, del delitto; ed è anche il colore della vita vibrante, dell’eccitazione, dell’eros e del desiderio; è la promessa di una nuova nascita. Il bianco è il colore del nuovo, del puro, dell’intatto, del latte materno; ma è anche il colore dei morti; è la promessa di sufficiente nutrimento perché le cose ricomincino.
É importante lasciar vivere e lasciar morire.

Afferrare questo ritmo quieta la paura, perché anticipiamo il futuro. C’è una certa quantità di conoscenza che dovremmo avere a ogni età e in ogni fase della nostra esistenza. Vassillissa fa domande sui cavalieri ma non sulle mani. Non bisogna forzare: la comprensione arriverà.

8- stare a quattro zampe.

Assumere un immenso potere di vedere e influenzare gli altri. Guardare le situazioni della propria vita sotto questa nuova luce.
Quando le donne integrano il selvaggio della Baba Jaga la smettono di accettare senza discutere chiunque e qualsiasi cosa capiti per la loro strada. La donna impara a guardare furtivamente, scrutare e poi a sopportare sempre meno i buffoni. L’istinto va consultato ad ogni passo lungo la via.

Il teschio era considerato la volta che ospita un resto potente dell’anima del defunto. Il teschio accesso è “un sapiente ancestrale” da portare con sé per la vita. Ora Vassillissa torna a casa più sicura. La donna che è arrivata a questo punto è riuscita a staccarsi dalla protezione della sua madre interiore troppo buona, ad aspettarsi dal mondo esterno le avversità che saprà affrontare in modo potente e non complice. E’ diventata consapevole della matrigna e delle sorelle inibitorie. Avendo ricevuto l’eredità delle madri è perfettamente abilitata, va avanti nella vita con passi sicuri, da donna, assumendo tutto il suo potere.

9- riplasmare l’Ombra.

Far uso della vista acuta per riconoscere e reagire all’ombra negativa della propria psiche o di persone od eventi del mondo esterno. Riplasmare le ombre negative della propria psiche con il fuoco-strega.
Nella foresta, con il teschio, Vassillissa è una donna che cammina preceduta dal suo potere. Il teschio è un’ulteriore rappresentazione dell’intuito e ha una sua capacità di discriminazione. Ora Vassillissa porta la fiaccola della conoscenza, possiede il suo Io, può vedere, odorare, gustare, con i suoi sensi ardenti.

La donna che recupera il suo intuito e i suoi poteri è tentata di gettarli via: a che vale vedere e sapere tante cose? E’ più facile gettar via la luce e andarsene a dormire. Talvolta è difficile portare il teschio- luce perché vediamo tutti i lati nostri e degli altri, quelli sfigurati e quelli divini. Ma con questa luce si arriva alla consapevolezza, si può vedere il cuore buono oltre l’azione cattiva, la dolcezza schiacciata sotto l’odio. La sua luce è parimenti vivida sui nostri tesori e le nostre debolezze. Sono queste le conoscenze più difficili da affrontare.

Il teschio osserva la matrigna e le sorellastre. Un aspetto negativo della psiche può essere disidratato se lo si trattiene nella consapevolezza. Non è possibile trattenere la consapevolezza guadagnata incontrando la Dea Strega se si vive con persone crudeli all’interno o all’esterno. Se vi circondano persone che alzano gli occhi al soffitto quando parlate, agite e reagite, allora vi trovate con persone che spengono le passioni, le vostre e le loro. Amici e amanti possono diventare come una cattiva matrigna o abominevoli sorellastre. L’amante distruttivo deve essere evitato. Per la donna selvaggia va bene se l’amante è appena un pochettino psichico, una persona che può “vedere dentro” al suo cuore.

Il modo per mantenere il collegamento con il selvaggio è domandarsi che cosa davvero si vuole. Una delle più importanti discriminazioni è la differenza tra le cose che ci fanno un cenno e cose che chiamano dall’anima. Chiediamoci cosa veramente vogliamo e poi andiamo alla ricerca
Il ricorso alla natura istintiva fa erompere una spontaneità che non è mancanza di saggezza. Restano importanti i buoni confini.

Alla fine del rimontaggio dell’iniziazione nella psiche femminile abbiamo una giovane dalle esperienze formidabili che ha imparato a seguire la sua conoscenza, ha resistito a tutti i compiti fino all’iniziazione completa. L’intuito va trattenuto nella consapevolezza e bisogna lasciar vivere quello che può vivere, e lasciar morire quel che deve morire.
Lasciar morire le cose è il tema finale del racconto.

Fonte immagine: www.artsycraftsy.com

testo tratto da: http://www.inventati.org/donnola/materiali/donnolabook/vassilissa.html

Analisi della Fiaba I QUATTRO RABBINI

Analisi della Fiaba I QUATTRO RABBINI

Una notte quattro rabbini furono visitati da un angelo che li risvegliò e li condusse alla Settima Volta del Settimo Cielo. Là contemplarono la sacra ruota di Ezechiele.

A un punto della discesa dal paradiso alla Terra un rabbino, avendo veduto tanto splendore, perse il lume della ragione e vagò senza meta fino alla fine dei suoi giorni.

Il secondo rabbino era estremamente cinico: “Ho semplicemente sognato la ruota di Ezechiele, ecco tutto. Nulla è davvero accaduto”.

Il terzo rabbino continuò a pensare a quanto aveva visto perché ne era rimasto ossessionato. Teneva conferenze e non avrebbe mai smesso di raccontare come il tutto era costruito e quanto significava e così … Smarrì e tradì la sua fede.

Il quarto rabbino, che era un poeta, prese un foglio e una penna e sedette accanto alla finestra a scrivere una canzone dopo l’altra, lodando la colomba della sera, la sua bimba nella culla, e tutte le stelle del cielo.

E visse la sua vita meglio di prima.

Analisi della Fiaba I QUATTRO RABBINI

 

Chi vide che cosa nella Settima Volta del Settimo Cielo, noi non lo sappiamo, ma sappiamo che il contatto con il mondo in cui risiedono le Essenze ci fa conoscere qualcosa che va al di là del normale ascolto degli esseri umani, e ci ricolma di un sentimento di espansione e di grandezza. Quando tocchiamo Colei Che Sa, necessariamente reagiamo e agiamo con la nostra più profonda natura integrale.

Questa storia suggerisce che va bene essere audaci ma senza essere temerarie.

Nel testo ‘La Funzione Trascendente’ , Jung rammenta che alcuni, nella ricerca dell’Io, tendono a dare troppo rilievo all’esperienza vissuta, altri a sottovalutarla, altri non sono affatto pronti e poi ci sono quelli che trovano la strada per quello che Jung chiamava “l’obbligo morale” di esternare ed esprimere quanto si è appreso nella discesa o nell’ascesa all’Io selvaggio.

Questo “obbligo morale” significa vivere quel che percepiamo, ovunque ci troviamo quando “La Que Sabé” soffia su di noi, cambiandoci.

Il nostro lavoro consiste nel mostrare che su di noi hanno soffiato, esprimere nel mondo di sopra quel che abbiamo ricevuto con le improvvise rivelazioni della storia, del corpo, dei sogni e di viaggi di ogni sorta.

“La Loba” sta in parallelo con i miti in cui i morti sono riportati in vita:

Nel mito egizio Isi (Iside o Isis) lavora ogni notte, dall’imbrunire all’alba, per rimettere insieme i pezzi del fratello Seth prima del mattino, altrimenti il sole non sorgerà.

Il Cristo resuscitò Lazzaro che già puzzava.

Demetra richiama la pallida figlia Persefone dalla Terra dei Morti una volta all’anno.

E “La Loba” canta sulle ossa.

Questi sono gli esercizi di meditazione per noi donne: questo richiamare gli aspetti morti e smembrati di noi, questo richiamare gli aspetti morti e smembrati della vita stessa.
La Madre della Creazione è sempre anche la Madre della Morte, e viceversa.

Per via di questa duplice natura, il grande lavoro che ci aspetta è quello di imparare a
comprendere quanto attorno e su di noi e quanto dentro di noi deve vivere, e che cosa
deve morire.

Il nostro lavoro consiste nell’apprendere il ritmo di entrambe le cose: consentire a ciò che deve morire di morire, e a ciò che deve vivere di vivere.

Per le donne, il “Rio Abajo Rio” (il fiume sotto al fiume ), la dimora della Donna delle Ossa, contiene una conoscenza diretta sulle pianticelle, le radici, il grano da semina del mondo.

In Messico si dice che le donne portano la “Luz de la Vida”. Questa Luce sta non nel cuore della donna, non davanti ai suoi occhi, ma “en los ovarios”, dove tutti i semi vengono posti prima ancora della nascita.
(Per gli uomini, se esplorano le idee più profonde di fertilità e la natura del seme, l’immagine equivalente è lo scroto.)

Avere il seme significa avere la chiave della vita.

Le donne vogliono con loro la Donna Selvaggia come un dono a se stesse, perché con lei si sentono integre e in pace.

Senza di lei si sentono inquiete.

La vecchia, la Donna Selvaggia, è “La Voz Mitol¢gica” che conosce la nostra antica storia e la conserva per noi nelle storie.

Se una donna conserva il dono di essere vecchia quando è giovane e giovane quando è vecchia, saprà sempre che cosa succederà poi. Se lo ha perduto può comunque ritrovarlo attraverso un lavoro psichico ben congegnato.

Dentro di noi ci sono le ossa-anima della Donna Selvaggia, c’è il potenziale per tornare alla creatura che eravamo un tempo, c’è il soffio le nostre verità e i nostri desideri: insieme sono l’inno della creazione che abbiamo tanto desiderato cantare.

Ciò non significa che dovremo aggirarci con i capelli sugli occhi o con unghie nere simili
ad artigli.

Restiamo esseri umani, ma anche nella donna umana si trova l’Io animale istintuale. Non è un romantico personaggio da fumetti. Ha denti veri, un ringhio vero, un’immensa generosità, un udito ineguagliabile, artigli affilati, seni generosi e ricoperti di pelo.

Questo Io- lupa deve avere la libertà di muoversi, di parlare, di essere in collera, e
di creare.

Questo Ia rende durevole, resiliente, le dona un grande intuito, e rinfresca l’anima, cosa di cui c’è periodicamente bisogno anche nel migliore dei mondi.

“La Loba” è la custode dell’anima. Senza di lei, perdiamo la nostra forma. Senza il suo
nutrimento, gli esseri umani sono senz’anima, o sono anime dannate. Lei dà forma alla casa anima e a mano ingrandisce la casa.

E’ colei che porta il vecchio grembiule. Quella col vestito più lungo davanti che dietro. É la fattrice dell’anima, l’allevatrice di lupi, la custode delle cose selvagge.

Che tu sia una lupa nera, una grigia settentrionale, una rossa meridionale o una bianca
artica, nell’immaginario sei la purissima creatura istintuale.

Se alcuni preferiscono che ti comporti bene e non ti arrampichi sui mobili per gioco o ti butti sulle persone per accoglierle festosamente, tu fallo lo stesso.

Qualcuno si allontanerà, timoroso o disgustato ma il tuo amante – se è quello giusto per te- amerà questo tuo nuovo aspetto.

Ad alcuni non piacerà se andrai annusando per sapere di che si tratta.

E, per carità! non metterti sdraiata supina con i piedi per aria. Bambina cattiva. Lupa cattiva. Cane cattivo.

Giusto? Sbagliato.

Vai avanti. Divertiti.

Le persone ricorrono alla meditazione per trovare l’ordine psichico.

Ecco perché si ricorre alla psicoterapia e si va in analisi.
Ecco perché si analizzano i sogni e si fa arte. Ecco perché molti leggono i Tarocchi, gettano I King, danzano, suonano il tamburo, fanno teatro, indagano fino in fondo la poesia, e s’infiammano nella preghiera. Ecco perché facciamo tutto ciò che facciamo.
É l’opera di ricomposizione delle ossa.
Poi dobbiamo sedere accanto al fuoco e pensare quale canzone canteremo sulle ossa, quale inno della creazione, quale inno della ricreazione. E le verità che diciamo faranno la canzone.

Ecco alcune buone domande da porsi prima di decidere quale canzone, la propria vera
canzone: che cos’è accaduto alla voce della mia anima?
Quali sono le ossa sepolte della mia vita?
In che condizioni si trova la mia relazione con l’Io istintuale?
Quand’è statal’ultima volta che ho corso libera?
Come posso far sì che la vita torni a essere viva?
Dove è andata “La Loba?”

Nella storia, la vecchia canta sulle ossa, e mentre canta le ossa si ricoprono di carne.

Anche noi “diventiamo” se versiamo anima sulle ossa ritrovate.

Mentre versiamo il nostro struggimento e i nostri crepacuore sulle ossa di quel che eravamo da giovani, di quel che sapevamo nei secoli passati, e sulla rinascita che percepiamo nel futuro, stiamo ritte sulle nostre quattro zampe. Mentre versiamo anima, siamo rivivificate. Non siamo più una soluzione fluida, una fragile cosa che si dissolve. Siamo piuttosto nello stadio “a venire” della trasformazione.

Come “La Loba”, molto spesso cominciamo in un deserto. Ci sentiamo deprivate di ogni
privilegio, alienate, non connesse neppure a un cactus.

Gli antichi chiamavano il deserto il luogo della rivelazione divina. Ma per le donne è molto di più.

Un deserto è un luogo in cui la vita è molto condensata.

La vita nel deserto è piccola ma brillante, e quanto accade si svolge per lo più
nel sottosuolo. Come la vita di molte donne.
Il deserto non è lussureggiante come una foresta o la giungla. E’ molto intenso e
misterioso nelle sue forme di vita.

Molte di noi hanno vissuto la vita del deserto: pochissimo in superficie, ed enormemente sotto la terra.

“La Loba” ci mostra le cose preziose che possono arrivare da questa sorta di scomposizione psichica.

La psiche della donna può aver trovato la via del deserto per risonanza, per passate
crudeltà, o perché non le era concessa una vita più ampia sopra alla terra. Molto spesso
la donna sente allora di vivere in uno spazio vuoto in cui c’è forse soltanto un cactus con
un bel fiore rosso vivo, e poi, in ogni direzione per cinquecento chilometri di nulla. Ma per la donna che si spingerà a cinquecento e uno chilometri c’è qualcosa di più. Una bella
casetta. Una vecchia casa. Che l’ aspetta.

Certe donne non vogliono trovarsi nel deserto psichico. Ne detestano la fragilità, la
sparutezza. Continuano a cercare di mettere in moto un vecchio macinino arrugginito per
raggiungere una fantasticata città rilucente della psiche. Ma restano deluse, perché il
lussureggiante e il selvaggio non sono qui.

Non fate sciocchezze. Tornate indietro e fermatevi accanto a quell’unico fiore rosso, e
cercate di percorrere quell’ultimo faticoso chilometro.
Bussate alla vecchia porta scolorita dalle intemperie. Arrampicatevi fino alla caverna. Strisciate attraverso la finestra di un sogno. Setacciate il deserto e vedete un po’ che cosa trovate. E’ l’unico lavoro che “c’è da fare”.

Desiderate un consiglio psicoanalitico? Andate a raccogliere le ossa.

Tratto dal capitolo 1 di ‘Donne che Corono coi Lupi’

Fonte immagine: jwart.altervista.org

LA LOBA – La Donna Lupa

LA LOBA – La Donna Lupa

C’è una vecchia che vive in un luogo nascosto che tutti conoscono ma pochi hanno visto, pare in attesa di che si è perduto, di vagabondi e cercatori.
E’ circospetta, spesso pelosa, sempre grassa, e desidera evitare la compagnia. Emette suoni più animaleschi che umani. Dicono che viva tra putride scarpate di granito nel territorio indiano di Tarahumara. Dicono che sia sepolta alla periferia di Phoenix, vicino ad un pozzo. Dicono che è stata vista in viaggio verso il monte Alban su un carro bruciato, con il finestrino posteriore aperto. Sta accanto alla strada poco distante da El Paso, dicono. Cavalca impugnando un fucile da caccia insieme ai coltivatori di Morelia. L’hanno vista avviarsi al mercato di Oaxaca con strane fascine sulle spalle. Ha molti nomi: la Huersera, la donna delle ossa; la Trapera, la raccoglitrice; la Loba, la Lupa. L’unica occupazione della Loba è la raccolta delle ossa. Raccoglie e conserva in particolare quelle che corrono il pericolo di andare perdute per il mondo. La sua caverna è piena delle ossa delle più varie creature del deserto: il cervo, il crotalo, il corvo.

Ma si dice che la sua specialità siano i lupi. Striscia e setaccia le montagne e i letti prosciugati dei fiumi, alla ricerca di ossa di lupo, e quando ha riunito un intero scheletro, quando l’ultimo osso è al suo posto e la bella scultura bianca della creatura sta di fronte a lei, allora siede accanto al fuoco e pensa a quale canzone cantare. E quando è sicura si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia e comincia a cantare. Allora le costole e le ossa delle gambe cominciano a coprirsi di carne e le creature si ricoprono di pelo. La Loba canta ancora, e quasi tutte le creature tornano alla vita. Con la coda ispida e forte che si rizza. E ancora la Loba canta e il lupo comincia a respirare. E ancora la Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano giù per il canyon.
In un momento della corsa, o per la velocità, o perché finisce in un fiume, o perché un raggio di sole o di luna lo colpisce alla schiena, il lupo è di un tratto trasformato in una donna che ride e corre libera verso l’orizzonte.
Così si dice che se vagate nel deserto, ed è quasi l’ora del tramonto, e vi siete un po’ perduti, e siete stanchi, allora siete fortunati, perché forse la loba può prendervi in simpatia e mostrarvi qualcosa – qualcosa dell’anima.LA LOBA - La Donna Lupa-1
Ognuno di noi comincia con un mucchietto d’ossa abbandonate da qualche parte. Questa è una storia di resurrezione sul collegamento sotterraneo con la Donna Selvaggia.

Nelle storie cantare significa usare la voce dell’Anima, la Loba o La Que Sabé (colei che sa) vive dentro di noi. Le cose di valore psichico, se morte, possono essere resuscitate. Nel territorio psichico e con il tentativo di qualcuno di raccontare cosa gli è successo. Questo luogo è quello in cui il modo biologico e quello psicologico spartiscono i corsi superiori delle acque.

Ogni Donna ha potenzialmente accesso al ‘fiume sotto al fiume’, con la danza, l’ispirazione, la scrittura, la poesia, l’immaginazione, la meditazione profonda, vi si arriva con la solitudine intenzionale, con la pratica delle arti cercando qualcosa che la Donna stessa vede solo con la coda dell’occhio ma bisogna entrare delicatamente in questo stato psichico.

La cura con cui bisogna entrare in questo stato psichico viene espressa efficacemente nella breve storia dei Quattro Rabbini.

Tratto da ‘Donne che Corrono coi Lupi’ di Clarissa Pinkola Estès

Fonte immagine al centro: www.pinterest.com

Fonte immagine di copertina: ponderosapower.deviantart.com